Comunque vada… la nostra voce non si fermerà

Lunedì eravamo a Milano per seguire e sostenere la nostra Udinese in campo contro l’Inter. I numeri dicono che erano presenti circa 300 tifosi nel settore ospiti a San Siro, un dato importante per quella giornata e per il risultato ottenuto. I numeri, tuttavia, sono solo un contorno di un qualcosa che trova la sua vera essenza nelle emozioni e nell’attitudine di chi sceglie di esserci.

In un calcio moderno sempre più piegato alle logiche della pay tv, degli orari frammentati, dei posticipi/anticipi e dei biglietti dal costo altissimo, essere in trecento al terzo anello di San Siro di lunedì sera è un grande passo in avanti. La voce è una delle parti fondamentali della curva e dell’essere ultras. La voce porta con sé l’identità di una città, la rabbia, l’orgoglio e l’amore incondizionato per la maglia. Non ha bisogno di autorizzazioni burocratiche e di conseguenza è libera!

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una profonda trasformazione della figura dello spettatore. Lo stadio è stato progressivamente riprogettato per accogliere un pubblico passivo. Il “cliente” dello stadio e del calcio moderno è spinto ad assistere all’evento in modo individuale, pronto a consumare lo spettacolo e ad applaudire o fischiare a seconda delle fasi della partita, rimanendo sostanzialmente estraneo alle dinamiche di squadra.

L’essere ultras si pone in netta e consapevole controtendenza rispetto a questa deriva. Cantare per novanta minuti più recupero, indipendentemente dal risultato della curva o dal punteggio sul tabellone, significa rifiutare il ruolo di semplici tifosi.

Tornare da Milano con un risultato negativo e la consapevolezza di aver dato tutto sugli spalti deve servire da punto di partenza, non di arrivo. Il percorso di crescita di una curva e di una tifoseria passa inevitabilmente attraverso la responsabilizzazione di ogni singolo componente. Nessuno può permettersi di venire in curva per fare da comparsa, per scattare una foto da pubblicare sui social o per guardare la partita e fregarsene di chi sta accanto sostenendo l’Udinese.

Chi sceglie di stare nei settori caldi del tifo deve comprendere la responsabilità che porta sulle spalle. La voce è il contributo minimo ed essenziale richiesto ad ognuno di noi. Se non hai intenzione di cantare, di sgolarti, di alzare le mani e di sostenere i colori dal primo all’ultimo secondo, allora hai sbagliato settore.

Di pari passo ovviamente va la militanza che è come una fiamma che va alimentata ogni giorno con la presenza, la partecipazione, il rispetto per i codici della curva e, sopra ogni altra cosa, con la voce. Continuiamo a macinare chilometri e a portare la nostra bandiera in ogni stadio d’Italia! I calciatori passano, i presidenti cambiano, le categorie variano, ma la voce della nostra gente e la storia della nostra curva resteranno per sempre su quegli spalti, ovunque.